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Ansia e Depressione nello sport professionistico

Disagio mentale nello sport

Un argomento di cui ancora non si parla: il disagio mentale nello sport.

La cultura occidentale capitalistica enfatizza il mito del super eroe senza debolezze, che con l’impegno può raggiungere tutto. Mass media, giornali, intrattenimento, mondo del lavoro: tutti ci dicono che dobbiamo lottare, farci strada con unghie e denti, senza mostrare pietà. Viviamo in un mondo in cui devi fatturare, se non fatturi sei un peso. Un mondo in cui sui social si vedono soltanto fisici perfetti, luoghi meravigliosi, gente di successo. Un mondo in cui una donna incinta deve rinunciare alla sua carriera da sportiva, perché peggiora le sue performance (o viceversa, una sportiva deve rinunciare ad essere madre). Un mondo in cui a scuola vengono premiati solo coloro che prendono i voti più alti, mentre la mediocrità viene eclissata, anche quando raggiunta con impegno. Insomma, un mondo in cui non c’è spazio per le fragilità, che anzi vengono stigmatizzate. E in un mondo competitivo come quello degli sport professionistici, questo trend può essere veramente pesante.

La competitività nello Sport, fonte di disagio mentale?

Una delle frasi che avrete sentito dire più spesso nelle interviste di qualunque sportivo di qualunque sport è sicuramente questa: “è tutta una questione mentale”. Riuscire a gestire lo stress, la competizione, le aspettative dei fan, diventa più importante dello sport in sé. Il confine tra “puoi vincere” e “devi vincere” è molto sfumato. Lo dimostra il motto della Juventus: “vincere non è importante, è l’unica cosa che conta“. Questa pressione può essere insostenibile per alcuni atleti, schiacciati dal peso delle responsabilità verso i propri fan (o verso i propri sponsor). Vorrei ora elencare 4 atleti che hanno, in tempi molto recenti, espresso pubblicamente le loro fragilità, rompendo un tabù che per troppi anni ha governato il mondo dello sport.

Simone Biles

Un esempio emblematico: Simone Biles, considerata dagli esperti una delle più grandi ginnaste di sempre. Cinque volte campionessa del mondo (con diciannove medaglie d’oro ai Campionati del Mondo), vincitrice di quattro medaglie d’oro ai Giochi di Rio del 2016. Simone viene da una lunga storia di abusi sessuali perpetrati dall’ex medico della squadra nazionale Larry Nassar, in seguito condannato a un totale di 176 anni di reclusione, per aver abusato sessualmente di più di 500 atlete durante le sue sedute. Nel 2018, Simone Biles ha dichiarato di aver cominciato ad andare in terapia e a prendere ansiolitici a causa del trauma subito. Nonostante tutto, l’atleta si era preparata meravigliosamente per le olimpiadi di Tokyo 2021, ed era tra le favorite: purtroppo, i “demoni” del passato non le hanno consentito di gareggiare. Una delle prime grandi aperture al disagio mentale nella ginnastica, che ha scaturito un peso mediatico non indifferente. Ma lo stigma si è visto anche lì, tra chi ha sminuito, chi l’ha colpevolizzata, chi l’ha chiamata “viziata”.

Naomi Osaka

La giovanissima tennista giapponese, nel 2020 anche l‘atleta donna più pagata di sempre, ha deciso di ritirarsi dal Roland Garros del 2021 a causa della sua depressione e della sua ansia (ansia principalmente legata al parlare con i media). La 23enne infatti era stata multata di 15.000 dollari e minacciata di squalifica dagli organizzatori del torneo dopo aver rifiutato di tenere una conferenza stampa obbligatoria dopo la sua vittoria al primo turno contro la romena Patricia Maria Tig. Alla vigilia del Roland Garros aveva detto che a volte le interviste post-partita erano simili a “prendere a calci le persone quando sono a terra” e che hanno avuto un effetto dannoso sulla sua salute mentale. Un malessere che “le impedisce di essere felice anche quando vince“. Il caso di Naomi evidenzia il ruolo dei media e degli sponsor come fattori che influenzano il disagio mentale.

Josip Ilicic

L’ex attaccante del Palermo, ora tra le file dell’Atalanta, ha lottato con una forte depressione, a causa della quale ha addirittura pensato di dire l’addio al calcio. Non bastavano i gol, gli assist, le giocate: nel periodo più luminoso della sua carriera, la diagnosi di una linfoadenite (un infiammazione dei linfonodi) e il COVID, lo hanno trascinato in un baratro di tristezza. Per fortuna, i compagni di squadra e i tifosi si sono stretti attorno a Josip, che ha ripreso a giocare e segnare, sconfiggendo la depressione anche grazie all’ispirazione di Sinisa Mihajlovic (ex giocatore ora allenatore del Bologna, che lotta contro la leucemia senza rinunciare a lottare anche in campo).

Mohamed Ihattaren

Se Ilicic ha lottato con la depressione nel momento più alto della sua carriera da calciatore, Mohamed Ihattaren lo sta facendo ancor prima che la sua carriera abbia inizio. Il giocatore classe 2002 è stato acquistato nel 2021 dalla Juventus per entrare definitivamente nel calcio dei grandi. Aspettative altissime per un giocatore dalla tecnica sopraffina e dalle grandi potenzialità. Dall’Olanda il viaggio in Italia e poi il prestito alla Sampdoria. Purtroppo, Mohamed Ihattaren non è mai sceso in campo. Infatti, senza dire nulla, il giocatore torna in Olanda e “sparisce”. I media ovviamente vanno a nozze con la vicenda: si susseguono articoli sensazionalistici dai titoloni altisonanti. Sta di fatto che del calciatore non vi è traccia per parecchio tempo. Successivamente, il giocatore arriverà a comunicare la sua idea di lasciare il calcio, a 19 anni. Difficile trovare le cause di questa scelta: le grandi aspettative, la responsabilità, le difficoltà ad ambientarsi in un paese e in un contesto nuovo.  Il giocatore aveva già avuto problemi nella sua squadra precedente, il PSV: era infatti stato ampiamente criticato per le sue prestazioni e per essere in sovrappeso. In un’intervista all’Helden Magazine aveva detto di aver passato un periodo difficile, non solo per la morte del padre, scomparso a ottobre 2019, ma anche per le offese che riceveva: «Quasi ogni giorno subisco discriminazioni, per strada, davanti a mia madre, dappertutto». Al volante della sua Audi RS6, per il cui acquisto aveva ricevuto altre critiche, la polizia olandese lo fermava in continuazione: «A quanto pare un ragazzo marocchino non può guidare una bella macchina». 

Perché non si esprimono le proprie fragilità?

Nello sport così come in altri ambiti, vige l’idea che chi è ricco e ha successo non può soffrire. “Sono milionari, hanno ville e yacht, fan in tutto il mondo, come possono essere tristi?”

Se sei ricco e dici di essere triste, depresso o ansioso, rischi di essere attaccato e deriso, di veder svilite e sminuite le tue sofferenze. Rischi persino di essere allontanato dagli sponsor, che cercano unicamente figure di immacolata perfezione per promuovere i loro brand. Se ti mostri debole, non vendi.

Del resto, molti si chiedono come si possa essere tristi in questi casi. Io risponderei “chiedetelo a Michael Jackson, a Chester Bennington, a Kurt Cobain. Oppure chiedetelo Jim Carrey, a Emma Stone, a Robin Williams. Chiedetelo a questi e a molti altri che si sono suicidati a causa dell’enorme peso della fama.” Quando si dice che i soldi non fanno la felicità, non è forse così banale come si possa pensare.

Lo sport dovrebbe essere inclusivo, dovrebbe essere la via per sfuggire alle pressioni del mondo, non la causa del proprio malessere. Grazie allo sport dovremmo essere tutti in grado di esprimere noi stessi, di migliorarci, di dar sfogo alle nostre qualità. Invece la competizione tossica uccide il senso dello sport, che diventa puramente un artefatto capitalistico.

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