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Psycho-Facts: Le Terapie Basate Sulle Evidenze

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#LILIPSY by Fabrizio Di Girolamo

Psycho-Facts: Le Terapie Basate Sulle Evidenze

L’importanza di scegliere il giusto approccio: una breve guida

In questo periodo storico la psicologia sta attraversando un momento molto creativo dal punto di vista teorico: dagli anni ’60 in poi infatti abbiamo assistito ad una continua innovazione e ad un crescente sviluppo di nuove tecniche terapeutiche, nuove tipologie di intervento e nuovi modi di intendere la patologia e l’individuo. Se una persona in difficoltà volesse andare da uno psicologo, si troverebbe di fronte ad una moltitudine di approcci che spesso differiscono enormemente tra loro, non solo dal punto di vista pratico, ma anche in termini di costi, tempo e benefici. Questo rende la scelta estremamente complessa, soprattutto se si considera che molti di questi approcci sono scarsamente supportati da prove empiriche e si attestano sull’orlo delle pseudoscienze. È necessario quindi fare chiarezza. Partiamo dicendo che la psicologia è una scienza e, in quanto tale, deve essere supportata da prove concrete che certificano l’efficacia di un trattamento. Negli anni ’80 si iniziò a parlare di terapie basate sulle evidenze (Evidence-based therapy), ovvero terapie che si sono dimostrate efficaci in maniera significativa su un elevato gruppo di persone ed in svariati contesti clinici. Ovviamente non fu solo la psicologia a giovarsi di questa nuova presa di coscienza: anche in discipline come medicina, odontoiatria e scienze dell’educazione si diffuse la tendenza a definire in modo sistematico le tecniche e gli approcci di intervento. Le domande che venivano fatta erano: quello che sto facendo funziona? Può essere considerato efficace? Siamo sicuri che questo metodo agisce per tutti allo stesso modo? Ecco che allora il metodo scientifico basato sull’osservazione sistematica fece il suo ingresso in campo: prove sperimentali con campione a doppio cieco, controllo dell’effetto placebo, ampi campioni normativi e confronto della letteratura scientifica furono solo alcuni dei tasselli che permisero l’evolversi della psicologia e delle altre discipline sanitarie in “pratiche basate sulle evidenze“.

Ma quali sono le terapie efficaci?

Ritornando alla psicologia, altro punto da chiarire è che non esiste una terapia che può curare tutti i mali; ogni psicopatologia necessita di trattamenti diversi e ogni trattamento può essere estremamente efficace per una patologia ma inutile per un’altra. Quindi quali sono gli approcci teorici efficaci e quali invece no? Ebbene, questa è una domanda che richiederebbe un approfondimento maggiore: molte terapie non sono empiricamente supportate semplicemente perché non sono state testate in maniera massiccia o perché sono nuove o danno risultati discordanti. Quindi sarebbe sbagliato etichettarle come “inefficaci”, almeno fino a prova contraria. Inoltre, come ho detto, esistono moltissimi approcci, molti dei quali ampiamente efficaci, ma ritengo inutile parlarne in questa sede. Quindi elencherò solamente i principali:

  • Terapia cognitivo-comportamentale: è il modello teorico più diffuso, nonché quello maggiormente efficace nel maggior numero di psicopatologie. Basato sulla ristrutturazione di pensieri e credenze disfunzionali, è breve e mirato;

  • Mindfulness: la parola in inglese significa “consapevolezza” ed è proprio il concetto alla base di questo approccio. Derivante dalla meditazione orientale, è stata dimostrata la sua efficacia anche tramite esperimenti di neuroimagingche hanno evidenziato vere e proprie modificazioni strutturali del cervello;

  • Terapia breve strategica: si è dimostrata utile soprattutto per disturbi fobici e ossessivi e, come la terapia cognitivo-comportamentale, è breve è centrata sull’obiettivo.

 

E quelle non efficaci?

Per “non efficaci” si intende di efficacia incerta o non dimostrata scientificamente. Tra questi troviamo:

  • Psicoanalisi: ebbene sì, gli interventi psicoanalitici non mostrano una validità superiore ad un bello sfogo con un amico;

  • Ipnosi: in questo caso la comunità scientifica è discorde, alcuni pensano sia suggestione, altri valenza scientifica;

  • Terapie corporee, bioenergetiche, umanistiche: tipi di terapie molto in voga negli ultimi anni, ma di scarsissimo valore terapeutico empiricamente dimostrato;

  • Mental Coach: non una vera e propria corrente teorica o terapia, ma una figura professionale che non dovrebbe esistere poiché non ha qualifiche legalmente riconosciute e nessun supporto scientifico.

 

Per concludere, ognuno è libero di scegliere il professionista che preferisce, seguendo il suo cuore e i suoi bisogni, considerando non solo l’approccio del terapeuta, ma anche il terapeuta in sé, la sua esperienza, la sua competenza e affidabilità.

Il comportamento sessuale umano è determinato geneticamente e psicologicamente.

Proprio partendo da questi presupposti, alcuni psicologi evoluzionisti come David Buss hanno ipotizzato che le differenze di personalità tra maschi e femmine dipendano principalmente dalle strategie riproduttive. Le donne tenderebbero ad enfatizzare la loro bellezza, poiché sarebbe un segnale di fertilità. Gli uomini tenderebbero invece a vantarsi, mettersi in mostra sia a livello economico che fisico, poiché sarebbe segnale di potenza genetica e capacità di accudire la prole. Ricerche empiriche dimostrano queste affermazioni, anche in studi transculturali (Buss, 1989).

Altri teorici hanno esteso le predizioni evoluzioniste, sostenendo che riguardino altri aspetti della personalità: gli uomini sono più individualistici, dominanti, e orientati alla risoluzione dei problemi, proprio perché queste caratteristiche permettono di essere più appetibili per il sesso opposto e vincere i conflitti con eventuali rivali. Le donne invece sono più comprensive, generose e socievoli, poiché queste caratteristiche aumentano le probabilità di sopravvivenza della prole.

Da ciò si ricavano altre teorie ancora più controverse: secondo alcuni studiosi l’infedeltà è maggiore negli uomini proprio per questa tendenza innata ad accoppiarsi più spesso possibile (Buss, 2007). Inoltre gli uomini tenderebbero ad essere più gelosi delle donne, se traditi, proprio per il ruolo evolutivo di maschio dominante: da ciò ne consegue il maggior numero di femminicidi, che scaturiscono dalla “competizione” tra maschi, nel tentativo di controllare la fedeltà del partner femminile.

Non sorprende che l’approccio evoluzionistico sia stato ampiamente criticato, specialmente per il carattere sociale e politico di questi studi sperimentali. La critica maggiore fatta ai teorici evoluzionisti riguarda la scarsa verificabilità delle loro ipotesi, poiché non esiste un modo per provare la “causalità” delle loro affermazioni. Ad esempio le differenze di personalità potrebbero essere dovute alle differenze di forza e possanza fisica, piuttosto che all’evoluzione: entrambe giustificano infatti la dominanza degli uomini e l’amichevolezza delle donne, ma in entrambi i casi è impossibile provare che l’affermazione sia vera (nonostante sia verosimile). Inoltre la prospettiva evoluzionistica non considera tutte quelle variabili sociali, culturali, interpersonali e ambientali che svolgono un ruolo fondamentale nella formazione della personalità, cercando di semplificare secondo canoni poco chiari uno degli aspetti più complessi della natura umana.

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