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La Terapia Metacognitiva

Terapia Metacognitiva

Metacognizione e psicoterapia

Per metacognizione si intende quella capacità di controllare, gestire, elaborare ed essere consapevoli dei propri pensieri e della propria attività di pensiero (Wells, 2000). Secondo il modello metacognitivo sviluppato dal Wells e Matthews (1994), la psicopatologia deriva principalmente proprio da questi processi metacognitivi, più che dal contenuto del pensiero in sé.

La Terapia Metacognitiva (o Metacognitive therapy MCT, Wells 2009) è una forma di terapia appartenente alle cosiddette “Terapie di Terza Generazione”, poiché si focalizzano proprio su questi processi (il modo in cui pensiamo) piuttosto che sul contenuto del pensiero in sé. Aspetto fondamentale di questo modello è il ruolo che la metacognizione ha nel favorire la psicopatologia. La metacognizione è responsabile di quello a cui prestiamo attenzione e di ciò che giunge alla coscienza. A differenza delle Terapie Cognitivo-Comportamentali classiche, che sostengono l’idea che i disturbi psicologici siano causati da specifici bias cognitivi, la MCT si focalizza non tanto su queste ultime, ma sui pattern attentivi disfunzionali.

Il modello MCT

La MCT si focalizza sulla modifica delle strategie inadeguate che causano distress cronico e ricorrente: secondo Wells, ciò avviene a causa di credenze specifiche di tipo metacognitivo (che lui chiama metacredenze positive e negative) che influenzano irrimediabilmente i processi di
pensiero e contribuiscono al mantenimento di strategie di coping disfunzionali.

  • Le metacredenze positive si riferiscono principalmente all’idea che rimuginare, monitorare o evitare un pensiero sia il modo migliore per risolvere un problema o star bene;
  • Le metacredenze negative invece si riferiscono all’incontrollabilità del pensiero e dei processi di rimuginio o di ipermonitoraggio, con l’idea che essi siano pericolosi e inevitabili.

Ciò determina una condizione che Wells denomina “CAS”, ovvero Cognitive Attentional Syndrome (sindrome cognitivo attentiva) caratterizzata da preoccupazione eccessiva, ruminazione, rimuginio, ipermonitoraggio attentivo e strategie di coping disfunzionali per tentare di autoregolarsi.
Lo scopo della MCT è quindi quello di favorire una migliore risposta processuale agli eventi stressanti, diminuire il CAS e favorire una minore elaborazione degli stimoli, portando i soggetti a non dare giudizi basandosi su informazioni “interne” ma entrando in contatto con l’esperienza presente. Per tale scopo, si utilizza il dialogo socratico per esplorare i processi, le metacredenze e il CAS, spiegando al paziente che sono proprio i processi di coping maladattivi che mantengono il disturbo. Ad una terapia di stampo dichiarativo è affiancata una di tipo esperenziale: a tal fine, vengono utilizzate varie tecniche, principalmente di stampo attentivo e metacognitivo, ma anche comportamentali.

Le Tecniche

Una delle principali è l’ATT (Attention Training Technique, Wells, 1990), una tecnica di rifocalizzazione attentiva basata sui suoni ambientali che consiste nel prestare attenzione, in maniera volontaria e selettiva, a determinati stimoli uditivi, escludendo il rumore di fondo.

Altra tecnica importantissima per l’MCT è la Detached Mindfulness (DM), ovvero un particolare tipo di mindfulness messa a punto da Wells che si caratterizza per il suo non essere una forma di meditazione. Infatti è molto diversa dalla Mindfulness ideata da Kabat-Zinn (1985). La differenza principale sta nello scopo della pratica: mentre la mindfulness “classica” ha come scopo quello di porre attenzione, concentrarsi sul respiro, ancorarsi al momento presente e così via, la DM non prevede nulla di tutto ciò.

L’MCT prende in prestito anche tecniche puramente comportamentali, come l’esposizione, e le rielabora in ottica metacognitiva: ad esempio, si espongono i pazienti alle loro preoccupazioni, invitandoli a preoccuparsi intensamente per mettere in discussione la credenza di perdere il controllo.

Efficacia della MCT

La Terapia Metacognitiva si è dimostrata efficace soprattutto per i disturbi d’ansia e per i disturbi depressivi, che sono caratterizzati proprio da rimuginio e ruminazione eccessivi. Mancano ancora delle evidenze per quanto riguarda i disturbi di personalità e altre psicopatologie.

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